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Eliseo Ferrari / A sangue freddo

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Eliseo Ferrari
A sangue freddo
Modena 9 gennaio 1950. Cronaca di un eccidio

Roma, Editrice LiberEtà, 2005
pp. 146 con ill

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Descrizione

Eliseo Ferrari
A sangue freddo
Modena 9 gennaio 1950. Cronaca di un eccidio

presentazione di Giovanni Cazzato
prefazione di Alba Orti
Roma, Editrice LiberEtà, 2005
pp. 146 con ill., euro 9,00

Eliseo Ferrari, di Modena, è il vincitore della VII edizione del “Premio LiberEtà”. Le sue memorie hanno al centro i fatti avvenuti a Modena il 9 gennaio 1950 quando sei lavoratori che stavano manifestando pacificamente vennero uccisi dalla polizia. Siamo negli anni dello “scelbismo”, quando l’allora ministro degli Interni Mario Scelba, nominato nel 1947, decise una contrapposizione frontale tra Stato e manifestanti, che lasciò sul campo molti morti, tutti tra i manifestanti: da Melissa, nel cosentino (30 ottobre 1949, due morti) a Torremaggiore (29 novembre 1949, due morti) e Montescaglioso (14 dicembre 1949, un morto), entrambi in Puglia, per non dire della strage di Portella della Ginestra, nel palermitano, avvenuta il 1° maggio 1947, che denota oscure collusioni tra Stato, mafia e separatismo siciliano, e in cui morirono sedici persone. I sei operai uccisi a Modena il 9 gennaio del 1950 e i duecentottanta feriti di quella mattina, sono il culmine dell’azione esercitata dell’apparato repressivo predisposto da Scelba. L’episodio suscitò una grande impressione in tutto il paese. Palmiro Togliatti e Nilde Jotti adottarono uno degli orfani dei manifestanti uccisi, il figlio di Arturo Malagoli. Quel che colpisce di quell’episodio è che non si trattò di uno scontro tra forze dell’ordine e manifestanti, quanto piuttosto di un’esecuzione mirata. Scrive Eliseo Ferrari: «In fondo a via Ciro Menotti, all’incrocio con via Paolo Ferrari e via Montegrappa, uscendo da una porta dove si era riparato, Renzo Bersani attraversava la strada e piedi senza correre; un graduato s’inginocchiò sulla strada, lontano circa 150 metri, prese la mira e lo fucilò secco senza scampo di fronte a centinaia, migliaia di testimoni». E ancora: «Non fu uno scontro tra manifestanti e poliziotti come si tenta oggi di far credere, tentando di dividere al cinquanta per cento le responsabilità dell’eccidio». Del resto, i sentori che quella giornata sarebbe stata tragica si avevano già dai giorni precedenti. Eliseo Ferrari, a quell’epoca era segretario della Fiom di Modena, e dunque principale organizzatore dello sciopero generale e della manifestazione che portò all’eccidio. È proprio lui a raccontare che Enzo Ferrari, il celebre costruttore automobilistico, il giorno prima della strage aveva raccomandato ai manifestanti di fare molta attenzione, perché aveva saputo da ambienti di Confindustria che il rischio di spargimento di sangue era molto alto e che la polizia avrebbe usato le armi. Eliseo Ferrari entra in fonderia, come operaio, a quattordici anni, nel 1939, e in quell’ambiente matura la sua coscienza politica che lo porta a combattere nelle brigate partigiane durante la seconda guerra mondiale. Nel 1948, lascia la “produzione” e diventa funzionario sindacale. In questo ruolo segue la situazione delle Fonderie Valdevit e della Fonderie Riunite, le due realtà operaie più importanti della provincia. I numerosi lavoratori licenziati dalle Valdevit si organizzano nella “Cooperativa Fonditori” – a cui il solito Enzo Ferrari commissiona una serie di lavori che sono provvidenziali nei primi periodi di vita dell’impresa. Quanto alle Riunite è proprio per rispondere al licenziamento in massa dei 560 lavoratori occupati che si organizza la giornata di sciopero generale e la manifestazione del 9 gennaio 1950. Sempre seguite da vicino dal sindacato, perché danno lavoro alla più grande fetta della classe operaia modenese, le Riunite finiscono per essere poste in vendita nel 1966. Quel che si vende sono in realtà i debiti accumulati in quattro decenni di cattiva gestione. Li acquistano i lavoratori, riuniti in una nuova cooperativa. È proprio Eliseo Ferrari che compie il gesto simbolico dell’acquisto del 100 per cento delle azioni, pagando ai vecchi proprietari il prezzo simbolico di una lira: «Mi disse l’avvocato Grilenzoni: “Lei è il segretario provinciale della Fiom e rappresenta il 90 per cento dei lavoratori, consegno a lei le azioni delle Fonderie, ora sono loro i nuovi proprietari”. Presi commosso la busta, ben sapendo che erano debiti, ma che finalmente non c’erano più padroni gretti alle Fonderie Riunite, e una speranza di progresso si apriva per i lavoratori». La gestione della cooperativa, ci informa Ferrari nell’ultima parte del testo, è un successo; nel 1984 i soci si uniscono con quelli della “Cooperativa Fonditori” in una cooperativa unica.

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