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Gaetano Carlucci / Patrie e domestiche cose

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Patrie e domestiche cose
Udine, Forum Edizioni, 2010 – Autografie 02
con una nota introduttiva di Carlo Carlucci
pp. 152 con ill.

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Descrizione

Gaetano Carlucci
Patrie e domestiche cose
Udine, Forum Edizioni, 2010 – Autografie 02
con una nota introduttiva di Carlo Carlucci
pp. 152 con ill. – euro 13,00

Sullo sfondo del passaggio dal regime borbonico a quello piemontese, le lettere che un padre gesuita invia al fratello, farmacista in Melfi. Partito da Napoli nel 1855 poco più che ventenne esercita il suo ministero di insegnante e sacerdote in varie città della Spagna, dopo aver rinunciato ai suoi beni secondo i precetti della sua religione. Inviato in missione in Argentina vi rimarrà per ventisette anni e sarà amato dal popolo fino alla morte, avvenuta a Cordova nel 1900. Onorato per il suo apostolato, per la dedizione verso gli orfani e i bisognosi, Padre Carlucci sarà ricordato come fondatore della Comunità dei Giuseppini. La scrittura, non sempre assidua, è il suo legame indissolubile con la famiglia e con la patria: molto è l’interesse per la salute dei suoi cari, per le “domestiche cose”, per i fatti politici, e sempre raccomanda preghiere, devozione e prudenza.

Di queste lettere se ne parlava in casa, nella casa avita cioè, quella dove nacquero mio padre e mio nonno Camillo e dove esse giungevano, dalle Spagne o dalle lontane Americhe, al bisnonno Gennaro, farmacista, fratello appunto di Padre Cayetano Carlucci della Compagnia di Gesù. Le sembianze di questo lontano antenato erano in un quadro nella camera della nonna (madre di tredici figli) che lei mostrava ai nipoti dicendo che era ‘morto in concetto di santità’. Siccome erano conservate molto gelosamente e null’altro ci veniva detto, ci accontentavamo di questa santità considerando quella sua immagine appesa al muro una valida protezione della casa colpita e gravemente danneggiata da almeno tre terremoti. In quella stessa stanza della nonna, il figlio più piccolo, di nome Gaetano per l’appunto, fu trovato miracolosamente vivo fra i calcinacci e i muri crollati nel terremoto del ’36. Avendo deciso di partire per il Nicaragua negli anni Ottanta, trasferimento che sembrava allora definitivo, nell’accomiatarmi dalla famiglia paterna chiesi di poter leggere quelle lettere dell’antenato che mi aveva preceduto nei sentieri delle Americhe. Fui immediatamente colpito dalla limpidità di quella prosa, dall’intensità del legame e degli affetti familiari e, in pochi magistrali, impietosi squarci, dalla durezza e spietatezza con cui veniva descritta la vita dell’America coloniale. Ma tutto l’apostolato del Padre fu pervaso da una pietas non solo cristiana, ma primaria. I mali e le piaghe sociali di quel mondo furono il fardello di cui si caricò fino a morirne.

[dall’introduzione di Carlo Carlucci]

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