Maddalena M. / Imparare paura

 8,25

Maddalena M.
Imparare paura
autobiografia 1968-1997
Premio Pieve – Banca Toscana 1999
prefazione di Saverio Tutino
Roma, Malatempora, 2000
pp. 158

Esaurito

Descrizione

Maddalena M.
Imparare paura
autobiografia 1968-1997
Premio Pieve – Banca Toscana 1999
prefazione di Saverio Tutino
Roma, Malatempora, 2000
pp. 158

“Il fuoco nel camineto era spento, non riuscivo ad avicinare i pezzi di legno che erano rimasti, le mie mani tremavano non solo per il freddo, ma per le grida che si sentivano a casa, non si cappiva se erano grida di dolore o se erano dei lamenti che a me mi terrorizzavano”. Con questa immagine di muto terrore Maddalena M., oggi casalinga quarantenne, inizia la sua memoria, caratterizzata da un incalzante crescendo di inusitata violenza. Siamo ai primi anni Sessanta, ma gli effetti del boom economico nel paese dell’entroterra sardo in cui l’autrice vive sono ancora lontani: a cinque anni dorme sopra “un sacco rienpito di lana” coperta da “un vecchio capoto militare”. La situazione famigliare è disastrosa: la madre, priva di autocontrollo, è alcolizzata, il padre, emigrante, sa far valere la propria autorità soltanto attraverso le botte. Solo la nonna, anziana e remissiva, è capace di darle amore. Maddalena impara, per paura, a soffrire in silenzio: così, ancora bambina, subisce gli abusi sessuali di un compaesano prima, del padre poi, senza confidarsi con nessuno. L’emigrazione in Germania rappresenta per la sua famiglia la possibilità di affrancarsi dalla miseria e per Maddalena la speranza di lasciarsi un passato da incubo alle spalle: è là, a Wuppertal – un paese tedesco popolato da soli italiani – che vive la parvenza di una vita normale: le prime uscite, il primo amore. Uno spiraglio di felicità destinato a scomparire al ritorno in Sardegna, pochi anni dopo: in seguito a una corte insistente e prepotente, quasi senza volerlo, a diciotto anni Maddalena si ritrova sposata con Vincenzo, giovane rampollo di una famiglia benestante del paese. Relegata dalla suocera al ruolo di Cenerentola, è costretta a subire senza protestare il carattere violento del marito, manifestatosi già prima del matrimonio. Persa la prima figlia pochi giorni dopo la sua nascita a causa delle percosse subite durante la gravidanza, rimasta incinta di un secondo figlio, Maddalena decide finalmente di difendersi, protestando per i maltrattamenti inflitti dal marito e per le prevaricazioni dei famigliari di lui, pronti a giustificarne il comportamento. Fatto questo primo passo verso l’emancipazione, tutto diventa più semplice: Vincenzo s’invaghisce per un po’ di un’altra donna lasciando Maddalena libera di costruirsi una famiglia vera con un nuovo compagno. La morte improvvisa di Vincenzo, non ancora rassegnato a perdere la moglie, mette fine a questa dolorosa storia, che lascia però a Maddalena lo strascico dell’anoressia.

(…) Un testo forte, violento, d’impatto senza pari che viene dal cuore di una donna che vive un calvario e riesce a reagire. Per lei la scrittura è terapia, è salvezza. A qualcuno potrà ricordare, per le forme di violenza così arcaiche “Padre padrone” di Gavino Ledda.
Maddalena M. ha solo cambiato qualche nome per salvaguardare vivi e morti e tolto il suo cognome, perché la sua fosse una storia di verità, non di rivalsa.

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